Oscurato un gruppo-choc contro i bambini disabili
«Down come bersaglio», bufera su Facebook
Qualche tempo fa è toccato a Berlusconi. Il Presidente del Consiglio è diventato l’inconsapevole protagonista di pagine internet dedicate ad insultarlo, inneggiare alla violenza contro di lui e osannare l’autore dell’attentato milanese ai suoi danni. Ora la violenza verbale in rete si scaglia contro un obiettivo ben più sensibile, come i bambini affetti dalla sindrome di Down.
Nella società della comunicazione istantanea, l’epoca in cui l’informazione sembra sempre più incline a viaggiare in rete che a diffondersi tramite i media tradizionali, i social network sono il termometro dell’opinione pubblica ma anche il ricettacolo di tutti i suoi mali. Il caso di questi giorni svela un volto inedito dell’Italia che naviga sul web, che si serve di Facebook e Twitter per aggregarsi ed esprimere le proprie opinioni. Fa discutere un gruppo sorto proprio su Facebook, il più celebre e frequentato social network, intitolato «Tiro al bersaglio contro i bambini down». Un gruppo composto da oltre 1700 iscritti, che nel breve messaggio di presentazione si schiera apertamente contro i piccoli disabili, apostrofandoli come «ignobili creature» inutili per l’umanità, un peso sociale che il fondatore della pagina suggerisce di usare come bersagli nei poligoni di tiro.
Un gruppo diventato popolare nel giro di pochissimo, su cui il popolo della rete ha preso posizione nei modi più disparati: iscrivendosi per avere la possibilità di accedere allo spazio dei commenti ed esprimere con toni accesi il proprio dissenso, promuovendo petizioni per la chiusura della pagina web, o ancora boicottandolo tramite segnalazioni agli amministratori del portale (una sorta di denunce anonime ai censori del sito, autorizzati a filtrare i contenuti diffamatori o contrari alla legge). Un coro di proteste che bollano come «malati di mente» o con espressioni assai più oltraggiose i responsabili del gruppo telematico. L’episodio riporta alla mente le punizioni inflitte in altri tempi dai barbari o dal popolo di Sparta a chi nasceva con qualche «difetto di fabbrica». La rupe tarpea del ventunesimo secolo è un precipizio digitale in cui far confluire i propositi più abietti, al limite del penalmente rilevante.
Le affermazioni del gruppo oltre ad apparire a chiunque come blasfeme e offensive del sentire comune, integrano infatti gli estremi di un reato sanzionato dal codice penale, l’istigazione a delinquere, di cui i fondatori saranno chiamati a rispondere. La pagina internet diventa un caso nel giro di 24 ore. Al tam-tam in rete segue la condanna mediatica: con i giornali che denunciano il caso dando voce alle opinioni istituzionali più varie: dal Ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna che promette giustizia nei confronti dei responsabili, fino al cantautore Eugenio Finardi, padre di una ragazza disabile di 26 anni che dalle colonne di Repubblica esprime tutto il suo sdegno. Intanto già nel giro di un giorno il gruppo sembra scomparso. Al suo posto messaggi di solidarietà nei confronti delle sue vittime innocenti.
22/02/2010
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